Immagine generata da Meta AI

…e poi ci sono quegli strappi che ti fanno diventare grande:
con la morte di Guccini si chiude un’epoca.
La mia epoca.
O almeno è quello che sto provando ora.In un attimo rivivo i concerti, le serate con gli amici quando c’era sempre una chitarra, le notti al ciclostile con le audiocassette che suonavano La Locomotiva, i viaggi in R4 quando, senza autoradio, La Locomotiva te la stonavi a squarciagola, e le serate in osteria: le più indimenticabili.Guccini era tutto questo, ed è rimasto fino a oggi tutto questo.
A più di 60 anni, davanti a un video su YouTube, torno a essere la ragazzina che ascoltava Radici.
Mi sento di nuovo la ragazzina di allora.

A 14 anni Guccini mi ha insegnato l’impegno politico.
Con le canzoni di allora, quelle che ti spiegavano il mondo:
con La Locomotiva, con Amerigo, con le parole che non avevano paura.
Mi ha insegnato che la memoria è una forma di resistenza, che sentirsi dei Cirano non è strano, ma grandioso. “E se mi chiedi che cosa mi resta, ti rispondo: il mio naso e la mia fantasia”

In seguito ho trovato condivisione nella rabbia per l’assassinio di Carlo Giuliani e nella nostalgia per una rabbia che stava sbiadendo.

Mi sono anche arrabbiata con Guccini.
E che cazzo! Come si fa ad andare all’udienza dal Papa!
Però mi è passata subito, perché a Guccini si perdona tutto.
È inevitabile: lui è il Professore.

Oggi Guccini è morto.
Sono atea e non riesco proprio a credere che sia in un “posto migliore”.
Guccini non c’è più e io, improvvisamente adulta, con il cuore pieno di simboli e la testa affollata di frasi vuote, realizzo che:
“siamo qualcosa che non resta”

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